© Parrocchia Sant'Agostino Modena

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L'edificio sorge sulle antiche rovine della chiesa di San Michele Arcangelo, già citata in un documento del 1190, più volte restaurata, sino a che, ormai inagibile, fu demolita e ricostruita nel 1723 modificandone anche l'orientamento.

Il progetto è opera dell'architetto padovano Girolamo Frigemelica Roberti. I lavori si conclusero nel 1732. Nel 1774 fu soppressa la parrocchia (la sede fu trasferita in Sant'Agostino); per volere del duca Francesco III la chiesa fu assegnata all'antica Confraternita di San Giovanni Battista, che così ne assunse il nome.

Nel 1798 i confratelli dovettero lasciare la chiesa per volere del governo napoleonico; tolti gli altari la struttura fu dapprima sede del Circolo Costituzionale, poi Sala dell'Istruzione Pubblica e infine Gabella de' Grani e Magazzeno Militare. Nel 1799 i Confratelli rientrarono in possesso della chiesa e ripresero il loro compito di accompagnare al supplizio i condannati alla pena capitale, di curarne la sepoltura cristiana e di evitare l'uso degli strumenti dell'esecuzione a fini superstiziosi; per questo la Confraternita di San Giovanni Battista è detta anche "della Buona Morte". Nel nel 1854 fu ricostruito il "sepolcro" con le otto statue al vero ordinato dalla Confraternita allo scultore Guido Mazzoni nel 1476. É questa una delle opere d'arte più importanti della città: il Compianto sul Cristo morto.

Nella facciata quattro lesene (pilastri quasi interamente annegati nella muratura) sorreggono un timpano e fanno da cornice alla porta d'ingresso, sulla quale un'iscrizione ricorda il trasferimento della confraternita, alle calende dell'agosto 1774 (KAL SEXTIL MDCCCLXXIV). Le pareti esterne della chiesa riprendono il motivo a lesene della facciata; la cupola - che con le sue finestre assicura l'illuminazione dell'interno - è raccordata ai muri esterni con contrafforti dal profilo curvo, ed è chiusa da una lanterna. Curiosità: questa chiesa è forse l'unica, tra quelle antiche presenti in città, non addossata ad altri edifici.

La chiesa di San Giovanni Battista

L'interno è a pianta centrale. Vi si trovano tre altari: quello centrale e due laterali; questi occupano la nicchia centrale tra le tre che si aprono sia a destra che a sinistra dell'ingresso. Sopra l'ingresso si trovano la cantoria e l'organo.

L'altare maggiore è in marmo rosso di Verona e risale al Cinquecento; dietro l'altare, l'abside accoglie il coro, con dossale marmoreo risalente al Seicento, e una tela del pittore modenese Francesco Vellani (1688 —1766) che rappresenta la decollazione di San Giovanni Battista.
L'altare sinistro presenta una tela di Antonio Consetti risalente al 1723, che raffigura la Madonna col bambino, il vescovo Sant'Aniano, San Crispino e San Crispiniano; questi ultimi sono i protettori dei calzolai, e in effetti la tela fu commissionata dalla loro corporazione. L'altare di destra presenta un'altra tela del Consetti, raffigurante l'Assunzione di Maria in un gruppo di santi: in alto San Giovanni Battista e San Filippo Neri, in basso Sant'Antonio Abate e San Vincenzo Ferreri. Nella nicchia tra questo altare e quello centrale si trova la Madonna della Mercede (o delle Catene), statua risalente al 1897 e realizzata dalla Ditta dei fratelli Ballanti detti Graziani di Faenza. Costruito nel 1779 da Agostino Traeri, è rimasto inalterato sia nella forma architettonica che nella parte tecnica-musicale.

Come già anticipato, il vero capolavoro custodito da questa chiesa è rappresentato dal Compianto sul Cristo morto del modenese Guido Mazzoni (1450 ca. - 1518), detto anche Modanino, conservato nella nicchia tra l'altare sinistro e l'abside. Si tratta di un gruppo di otto statue in terracotta, a grandezza naturale, realizzate tra il 1476 e il 1479 e raffiguranti, appunto, il compianto di Cristo, deposto dalla croce. Cristo giace a terra; su di lui si china l'Addolorata, sostenuta da San Giovanni (a sinistra di chi guarda) e dalla Maddalena. Ai lati stanno, in cordoglio e in preghiera, Giuseppe d'Arimatea e Maria Salomé (sinistra), Nicodemo e Maria di Cleofa (destra). Le otto statue furono ricolorate nel 1509 dal pittore Bianchi Ferrari, e nell'Ottocento, da G. Tassi, sotto la direzione di Adeodato Malatesta; in occasione del restauro del 1996 la colorazione è stata rimossa.
Nella cripta del Duomo è conservata un'altra opera di Mazzoni: la Madonna della pappa. La differenza di tema e la policromia consentiranno un interessante confronto.
Importanza storico-artistica del Compianto
Questa composizione, insieme ad alcune altre opere in terracotta, di analogo tema, realizzate dallo stesso Mazzoni, da Niccolò dell'Arca e da Antonio Begarelli, si pone come uno dei primi e, al contempo, uno dei massimi esempi di un genere considerato un importante tassello nella storia dell'arte. La particolarità dell'opera, in effetti, non risiede nel tema - la rappresentazione del dolore e della lamentazione attorno al corpo di Cristo morto ricorre sia in pittura che nella scultura marmorea (basti pensare alla Pietà di Michelangelo) - bensì nel rapporto tra il materiale utilizzato e le finalità dell'artista. L'utilizzo di un materiale popolare come la terracotta va infatti interpretato come una precisa scelta tecnica ed artistica, finalizzata ad assicurare la massima intensità emotiva, ricorrendo a un ricercato realismo, e reinterpretando l'esperienza delle "sacre rappresentazioni" dal vivo (ancora oggi organizzate): l'obiettivo dell'artista era quello di ottenere il massimo coinvolgimento degli osservatori, dando forma al dolore umano della separazione (si tenga a mente, tra l'altro, la finalità della Confraternita committente). Ci troviamo, dunque, davanti a un altissimo esempio di arte umanistico-rinascimentale, nella quale possiamo rintracciare una sorta di intuizione espressionista, attuata attraverso il realismo consentito dalla duttilità della materia prima, dalla dimensione delle statue, dalla loro

collocazione nello spazio.

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